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BIENNALE DI VENEZIA, L’ARTE SCENDE IN SILENZIO

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Non opere, non installazioni, ma corpi, nomi e voci. Alla Biennale di Venezia, nel giorno di pre-apertura riservato alla stampa e agli addetti ai lavori, un gruppo di circa cento artisti ha dato vita a una protesta pacifica ai Giardini, trasformando uno degli spazi simbolo dell’arte contemporanea in un luogo di memoria e denuncia.

Una marcia silenziosa tra i padiglioni

Il corteo, composto da artisti palestinesi e internazionali, ha attraversato i viali dei Giardini fino al padiglione centrale. Indossavano t-shirt con i nomi di colleghi morti a Gaza: un elenco che si fa corpo, presenza, testimonianza.

Nessuno slogan gridato, ma un canto lento, quasi meditativo, che ha accompagnato la marcia fino a un momento di raccoglimento finale: un cerchio, il silenzio, la commozione.

“Non siamo numeri”

L’azione nasce come gesto di solidarietà verso gli artisti coinvolti nella mostra In Minor Keys e, più in generale, verso la comunità artistica di Gaza.

“Volevamo ricordare i loro nomi e mostrare che ciò che sta accadendo non è giusto”, ha spiegato Rachel Fallon, tra le partecipanti.

Ancora più diretto il messaggio di Mohammed Joha, presente alla 61ª Esposizione: “Questo è un momento importante per dire al mondo che non siamo numeri, ma una popolazione”.

L’arte come spazio politico

In un contesto come quello della Biennale — storicamente luogo di confronto tra linguaggi e visioni — la protesta si inserisce in una tradizione consolidata: quella dell’arte come strumento di intervento sul reale.

Qui, però, il gesto si sottrae alla mediazione dell’opera per diventare azione diretta. Il dispositivo artistico coincide con il corpo collettivo, con il rito, con la memoria condivisa.

Tra visibilità e responsabilità

La scelta del giorno di pre-apertura, momento cruciale per critici, curatori e media internazionali, amplifica la portata del gesto. La protesta si rivolge a un sistema dell’arte globale, chiamato implicitamente a interrogarsi sul proprio ruolo: osservatore, testimone o attore?

Un segno che resta

Non lascia tracce materiali, questa azione. Nessuna installazione permanente, nessun catalogo. Eppure, proprio nella sua natura effimera, la protesta ai Giardini si impone come uno dei momenti più significativi di questa edizione.

Perché ricorda che, anche nei luoghi consacrati all’estetica, l’arte può ancora farsi urgenza, presa di posizione, voce. E, soprattutto, memoria.

05/05/2026

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