Il Festival di Sanremo perde spettatori, ma non il suo statuto di grande rito culturale nazionale. La prima serata dell’edizione 2026, segnata da un calo evidente negli ascolti rispetto all’anno precedente, restituisce comunque l’immagine di un evento che continua a vivere ben oltre i numeri, come spazio simbolico in cui musica, memoria e identità collettiva si incontrano.
Sul palco del Teatro Ariston, luogo che da oltre settant’anni è insieme tempio pop e laboratorio di costume, Carlo Conti ha guidato una serata dal tono misurato, quasi classico, affiancato da Laura Pausini, presenza che incarna una forma di canzone italiana ormai globalizzata, e da Can Yaman, volto che porta sul palco un immaginario più vicino alla serialità contemporanea e al linguaggio visivo della televisione internazionale.
I numeri raccontano una flessione: meno pubblico davanti allo schermo, una platea complessiva che si assottiglia. Ma Sanremo, da sempre, è anche altro. È una narrazione stratificata che si rinnova ogni anno, un’opera corale che vive di simboli, gesti e momenti destinati a restare nella memoria collettiva più dei dati Auditel. In questo senso, alcuni frammenti della serata hanno assunto un valore quasi performativo.
Come l’apparizione di Gianna Pratesi, 105 anni, accolta sul palco in un momento di forte intensità emotiva: il Festival che celebra gli 80 anni della Repubblica attraverso il corpo e la voce di una testimone del Novecento diventa installazione vivente, atto di memoria condivisa. Un’immagine che richiama l’arte pubblica e il teatro civile, più che il varietà televisivo.
Anche la musica, pur inserita nei meccanismi competitivi del format, continua a offrire spunti di lettura artistica. Il picco di attenzione registrato durante l’esibizione di Leo Gassmann con Naturale segnala come il pubblico reagisca ancora a una canzone che cerca un equilibrio tra tradizione melodica e sensibilità contemporanea. Sanremo, in questo senso, resta una grande mostra collettiva della canzone italiana, con tutte le sue contraddizioni.
Il calo di ascolti può allora essere letto anche come il segno di una trasformazione: il Festival non è più l’unico schermo possibile, né il solo luogo di legittimazione culturale. Ma continua a essere uno spazio simbolico centrale, capace di riflettere i cambiamenti del Paese e di mettere in scena, anno dopo anno, un dialogo tra passato e presente.
In un’epoca di frammentazione dell’attenzione, Sanremo sopravvive come sopravvivono le opere popolari più longeve: adattandosi, perdendo qualcosa lungo il cammino, ma conservando un nucleo rituale che lo rende riconoscibile. Meno folla davanti al televisore, forse, ma lo stesso palcoscenico su cui l’Italia continua a raccontare se stessa, attraverso la musica, le immagini e la memoria.
25/02/2026







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