C’è una notizia che attraversa il mondo dell’arte e della moda come una linea netta, definitiva: con Valentino si chiude l’ultima stagione dei grandi couturier, figure quasi mitologiche capaci di incarnare un’idea totale di stile, cultura e visione. Non è la scomparsa di un uomo, ma l’uscita di scena di un modo di intendere la creazione, in cui la moda dialogava alla pari con le arti maggiori e il Made in Italy trovava un ambasciatore assoluto.
Valentino Garavani è stato più di uno stilista. È stato un autore, nel senso pieno che questa parola ha nelle arti visive e nel cinema: riconoscibile, coerente, ossessivo nella ricerca della perfezione. Il suo rosso – ormai consegnato alla storia come un colore-autore – non era una semplice scelta cromatica, ma una dichiarazione poetica. Come accade ai grandi pittori, bastava uno sguardo per attribuire un abito alla sua mano.
Con lui si chiude la genealogia di quei creatori che avevano attraversato il Novecento e ne avevano assorbito le lezioni: l’eleganza come costruzione formale, l’abito come architettura del corpo, la couture come luogo di sperimentazione lenta, colta, quasi sacrale. Valentino apparteneva a una generazione che parlava la lingua dell’arte classica e della modernità insieme, capace di guardare a Raffaello e a Fellini senza avvertire contraddizione.
La sua parabola coincide con l’ascesa internazionale del Made in Italy, quando Roma e Firenze dialogavano con Parigi da una posizione finalmente paritaria. In quegli anni la moda italiana non era solo industria, ma progetto culturale: sartorie come botteghe rinascimentali, sfilate come messe in scena teatrali, clienti come mecenati contemporanei. Valentino è stato il volto più riconoscibile di quella stagione, il suo emblema più raffinato.
Oggi, in un sistema dominato dalla velocità, dai conglomerati finanziari e dall’estetica dell’algoritmo, la sua uscita di scena assume un valore simbolico. È la fine degli “dei”, figure titaniche che tenevano insieme visione artistica e autorità creativa. Al loro posto, una costellazione di talenti, spesso brillanti, ma inseriti in strutture che privilegiano il presente continuo rispetto alla durata.
Eppure l’eredità di Valentino resta. Nei musei che hanno consacrato i suoi abiti come opere d’arte, negli archivi che testimoniano una disciplina formale ormai rara, nell’idea stessa che la moda possa essere un linguaggio alto, capace di emozionare come un quadro o una scultura. La fine di un’era non è solo una perdita: è anche una misura, un termine di confronto. E davanti alla scomparsa degli dei, resta il compito – per chi crea oggi – di dimostrare che il mito può ancora essere reinventato.
21/01/2026







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