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Quando la paura si traveste da amore. I meccanismi neuropsicologici che portano la vittima a cercare il proprio aggressore

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Un’analisi tra neuroscienze, psicologia del trauma e dinamiche di sopravvivenza. Articolo di Valentina Pelliccia

C’è un comportamento che, a uno sguardo superficiale, appare incomprensibile: una persona che subisce violenza, pressione o molestia continua a cercare il proprio aggressore, scrive messaggi affettuosi, si mostra conciliante, talvolta persino premurosa. Non è amore. Non è debolezza. Non è patologia nel senso comune. È un meccanismo di sopravvivenza.
La letteratura scientifica lo descrive con precisione, anche se raramente viene spiegato con chiarezza nel dibattito pubblico.
Il punto di partenza è il funzionamento del cervello sotto minaccia. La risposta umana al pericolo non è solo “attacco o fuga”, come spesso si semplifica. Accanto a queste esistono altre due risposte fondamentali: il congelamento e la compiacenza.
Lo psichiatra americano Bessel van der Kolk, autore di “The Body Keeps the Score”, scrive:
“Il corpo non dimentica ciò che la mente non riesce a elaborare. Quando la fuga è impossibile, il sistema nervoso cerca la sopravvivenza adattandosi al pericolo.”
Questa “adattabilità” può assumere forme controintuitive. Una di queste è ciò che oggi viene definito fawn response, studiato in ambito clinico da Pete Walker:
“Alcune persone imparano a sopravvivere placando l’aggressore, anticipando i suoi bisogni e offrendo sottomissione emotiva.”
In altre parole, l’apparente “affetto” non è altro che una strategia inconscia per ridurre il rischio.

Il ruolo dell’amigdala e del cervello emotivo:

Le neuroscienze spiegano questo fenomeno in modo ancora più preciso. L’amigdala, struttura chiave del cervello, è responsabile della valutazione della minaccia. Quando percepisce pericolo, attiva risposte automatiche, rapide, non razionali.
Il neuroscienziato Joseph LeDoux, uno dei massimi studiosi della paura, ha scritto:
“Le risposte emotive possono essere generate senza il coinvolgimento della coscienza. Il cervello agisce prima che la mente comprenda.”

Questo significa che una persona può agire in modo apparentemente contraddittorio rispetto ai propri valori coscienti. Non è incoerenza. È neurobiologia.
Quando la minaccia è continua, soprattutto in un ambiente da cui non si può uscire facilmente, come il lavoro, il sistema nervoso non cerca lo scontro. Cerca la stabilizzazione del pericolo.

Dipendenza, potere e sopravvivenza:

Qui entra in gioco un altro elemento decisivo: il contesto.
Lo psicologo Martin Seligman ha descritto il fenomeno della “impotenza appresa”:
“Quando un individuo percepisce di non avere controllo sugli eventi, smette di tentare di cambiare la situazione, anche quando potrebbe farlo.”

Se a questo si aggiunge una dipendenza economica o gerarchica, il quadro diventa ancora più chiaro. Non reagire, non denunciare, mantenere una relazione apparentemente “pacifica” con l’aggressore diventa, per il cervello, la scelta meno rischiosa.


La psicoterapeuta Judith Herman, in “Trauma and Recovery”, afferma:
“La prima priorità della vittima non è la giustizia, ma la sicurezza. Tutto il resto viene dopo.”
E la sicurezza, in certe condizioni, passa attraverso la modulazione del comportamento verso chi detiene il potere.


Non è sindrome di Stoccolma:
Spesso questo comportamento viene etichettato superficialmente come sindrome di Stoccolma. In realtà si tratta di un concetto abusato e spesso impreciso.
La differenza è sostanziale. Qui non si sviluppa necessariamente un legame affettivo autentico. Si sviluppa una strategia di adattamento. È una negoziazione inconscia con il pericolo.

Il parallelo con il comportamento animale:

Il comportamento osservabile negli animali offre un’analogia utile, ma da usare con cautela.
Molte specie, inclusi i mammiferi domestici, mostrano comportamenti di sottomissione dopo una minaccia: abbassano il corpo, evitano lo sguardo diretto, cercano il contatto in modo non aggressivo. Non è “affetto” nel senso umano. È comunicazione di non pericolosità.


L’etologo Konrad Lorenz osservava:


“I segnali di sottomissione sono strumenti evolutivi per disinnescare l’aggressività dell’altro.”
Negli esseri umani, questo schema è molto più complesso perché si intreccia con linguaggio, emozioni e costruzioni sociali. Ma la base neurobiologica è sorprendentemente simile.

Il paradosso, più paura, più apparente vicinanza:
Più la minaccia è percepita come incontrollabile, più il comportamento può diventare accomodante. Questo crea il paradosso: dall’esterno sembra affetto, dall’interno è paura.
Lo psicoanalista Donald Winnicott parlava di “falso sé”:


“L’individuo costruisce una versione di sé adattata all’ambiente per sopravvivere.”
In contesti di pressione o abuso, questo “sé adattivo” può diventare estremamente convincente, anche per chi lo mette in atto.

Comprendere questi meccanismi è essenziale per evitare giudizi semplicistici. Non si tratta di amore verso chi fa del male. Si tratta di una risposta sofisticata, automatica, spesso inconsapevole, che il cervello mette in atto per ridurre il rischio quando la fuga o il conflitto non sono possibili.

Articolo di Valentina Pelliccia

28/04/2026

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